Tutto nasce nel 1895 in via San Biagio ai Librai, all’interno della bottega di uno scenografo del teatro dei Pupi, tra teste di porcellana appese ad asciugare e arti smontati in attesa di essere ricomposti.
Fu proprio l’effetto che quella scena faceva sui passanti a suggerire il nome: una croce rossa dipinta su una tavoletta e la scritta “Ospedale delle bambole”, diventata negli anni un’insegna riconosciuta ben oltre i confini del quartiere. Da allora la bottega non ha mai smesso di funzionare, passando di generazione in generazione all’interno della stessa famiglia, fino ad arrivare oggi alla quarta erede, che ha spostato l’attività in uno spazio più ampio nel cortile di Palazzo Marigliano, a pochi isolati dalla sede originaria.
Il laboratorio conserva ancora oggi il linguaggio e l’organizzazione di un vero reparto ospedaliero: c’è un’accettazione all’ingresso, poi lo spazio che qui chiamano il “bambolatorio”, dove si eseguono diagnosi e interventi veri e propri. Ogni giocattolo che arriva viene trattato come un paziente a tutti gli effetti, con tanto di codice di urgenza e tempi di degenza stabiliti in base alla gravità dei danni. A occuparsi delle cure sono una restauratrice specializzata e due tirocinanti, impegnati quotidianamente tra radiografie, trapianti di capelli, cuciture e piccoli interventi di sartoria.
L’ospedale delle bambole di Napoli: una storia che va oltre gli oggetti
Le richieste arrivano da tutta Italia e anche dall’estero: chi non può raggiungere fisicamente la bottega invia fotografie del giocattolo danneggiato, e la diagnosi iniziale viene fatta a distanza, prima di organizzare il ricovero vero e proprio. I costi variano molto a seconda del tempo di lavorazione necessario, e possono andare da poche decine di euro fino a superare il migliaio per i restauri più complessi.

Tra i pazienti più frequenti ci sono le antiche bambole di panno, a cui vengono impiantati nuovi occhi in vetro o riattaccate le dita spezzate, ma il laboratorio si occupa anche di peluche, statuine e figure sacre, comprese le vestizioni di santi e pastori del presepe napoletano, un lavoro che si intensifica proprio nelle settimane che precedono il Natale, quando molte famiglie riportano alla luce i giocattoli di un tempo invece di acquistarne di nuovi. Un aspetto che chi gestisce l’attività definisce quasi una forma di resistenza al consumismo delle feste, oltre che un modo per recuperare oggetti che altrimenti finirebbero dimenticati in soffitta.
Dietro ogni restauro, però, c’è quasi sempre una storia che va oltre il valore dell’oggetto in sé. È capitato che dentro il busto di una bambola appartenuta a una donna scomparsa saltasse fuori una lettera d’amore scritta al marito il giorno del fidanzamento, restituita insieme al giocattolo restaurato. Altre volte ad arrivare in laboratorio sono pezzi di famiglia spediti da clienti che vivono all’estero, o addirittura da collezionisti americani con radici italiane, decisi a far riparare bambole ottocentesche tramandate da generazioni.
Il laboratorio non lavora solo per collezionisti o pezzi di pregio: buona parte dell’attività riguarda i giocattoli portati dai bambini stessi, spesso accompagnati dai genitori, per riparazioni anche minime. In questi casi il rito diventa quasi terapeutico: al piccolo paziente viene fatto indossare un camice e consegnato uno stetoscopio giocattolo, così da partecipare direttamente alle “cure” del proprio pupazzo del cuore, in un gesto pensato anche per insegnare che un oggetto amato può avere una seconda vita invece di essere sostituito.