I Campi Flegrei sono una vasta caldera vulcanica attiva alle porte di Napoli, generata da eruzioni imponenti avvenute decine di migliaia di anni fa e caratterizzata da un fenomeno chiamato bradisismo: un lento sollevamento o abbassamento del suolo, spesso accompagnato da sciami sismici di bassa magnitudo.
L’ultima eruzione risale al 1538, quando in pochi giorni si formò il Monte Nuovo, preceduto da un innalzamento del terreno di quasi 19 metri in due anni. Da allora la caldera è considerata quiescente, ma tutt’altro che silenziosa: emissioni di gas dalla Solfatara e da Pisciarelli, insieme a un suolo che continua a muoversi, restano parte della quotidianità dell’area.
Campi Flegrei: cosa sta succedendo
L’attuale fase di sollevamento è iniziata nel 2005 e non si è più fermata: a fine agosto 2024 il punto di massima deformazione, nel Rione Terra di Pozzuoli, aveva già superato i 130 centimetri complessivi rispetto all’inizio della crisi, con oltre 30 centimetri accumulati nel solo periodo tra gennaio 2023 e agosto 2024. Parallelamente, dal 2018 è cresciuta anche la frequenza dei terremoti: nel 2023 si sono registrati due eventi di magnitudo 4.2 e 4.0, seguiti nel 2025 da scosse di 4.6 e 4.4, e ancora nel 2026 da nuovi sciami sismici, tra cui una scossa di 3.6 avvertita a fine giugno fin nei quartieri occidentali di Napoli.

Il livello di allerta resta fermo al giallo, fase 2, lo stesso in vigore dal 2012: secondo la Commissione Grandi Rischi, che si riunisce periodicamente per valutare i dati raccolti dall’Osservatorio Vesuviano, la probabilità di un’evoluzione verso un’eruzione resta medio-bassa e non ci sono, al momento, segnali che indichino un cambiamento di scenario. Chi vive nell’area, però, convive quotidianamente con la sensazione di instabilità: boati notturni, lampadari che oscillano, crepe nei muri diventate ormai familiari a Pozzuoli, Bacoli e nei comuni limitrofi, dove secondo l’Osservatorio Vesuviano a giugno 2026 sono stati registrati più di 370 eventi sismici, quasi tutti di intensità contenuta.
L’attenzione verso l’area, in realtà, non è affatto recente. Già nel marzo 2016 una campagna oceanografica condotta da Cnr, Ingv e Università di Firenze aveva individuato, sul fondale del golfo di Napoli, un rigonfiamento alto circa 15 metri ed esteso su un’area di 25 chilometri quadrati, ribattezzato informalmente “duomo” sommerso.
La struttura si trovava a una profondità compresa tra 100 e 170 metri, a metà strada tra i sistemi vulcanici dei Campi Flegrei e del Vesuvio, a pochi chilometri dal porto di Napoli e dalla costa di Posillipo. Attorno alla struttura i ricercatori individuarono decine di emissioni di gas attive e centinaia di piccoli crateri legati a fuoriuscite avvenute nel corso degli ultimi millenni, un quadro che uno degli autori dello studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, descrisse come compatibile con un’attività vulcanica secondaria non ancora legata a una risalita diretta di magma.
Lo studio del vulcanologo Allard, tra i massimi esponenti in materia
Fu proprio quella scoperta a far da detonatore mediatico: il vulcanologo francese Patrick Allard, tra i massimi esperti internazionali della caldera, rilanciò pubblicamente l’urgenza di lavorare su un piano di evacuazione per l’area, in un’intervista che fece molto discutere. Allard chiarì subito di non voler alimentare toni catastrofisti, ma insistette sulla necessità di prepararsi con anticipo, distinguendo il caso dei Campi Flegrei da quello del Vesuvio.
Quest’ultimo, spiegò, mostrava dal 1944 in poi segnali progressivi di raffreddamento, mentre la caldera flegrea risultava in movimento da secoli, e in particolare da circa sessant’anni, con segnali di sollecitazione del suolo e variazioni nelle emissioni gassose che lo stesso vulcanologo definiva concreti, pur riconoscendo che la comunità scientifica internazionale non era compattamente concorde sull’interpretazione di questi segnali.
Il piano allo studio in quegli anni nasceva con un intento dichiaratamente precauzionale, pensato per fissare regole e procedure da attivare solo in caso di reale necessità, non per annunciare un’emergenza imminente. Allard raccontò di aver seguito da vicino il lavoro della Protezione civile regionale campana, già allora impegnata nello sviluppo di un piano capace di attivare tutte le vie di fuga dalla zona, comprese quelle via mare, vista la conformazione fortemente urbanizzata dell’area flegrea.
Uno studio pubblicato a gennaio 2026 sulla rivista Communications Earth and Environment, condotto dall’INGV insieme all’Università di Ginevra, ha provato a stimare cosa potrebbe accadere nei prossimi decenni se il ritmo di sollevamento restasse quello attuale. Il modello indica che la sorgente magmatica potrebbe, con il tempo, accumulare un volume di magma paragonabile a quello che alimentò l’eruzione del 1538, ma i ricercatori sottolineano che le condizioni di oggi non sono in grado di generare un’eruzione: il serbatoio magmatico resta troppo piccolo e la crosta circostante si deforma in modo da assorbire parte della pressione, invece di romperla di colpo.
Da quella prima fase di pianificazione a oggi, il contesto normativo si è fatto via via più strutturato: il decreto legge dell’ottobre 2023 ha introdotto misure specifiche per il rischio sismico legato al bradisismo, con verifiche sistematiche sugli edifici della zona rossa e gialla e un coordinamento più stretto tra Regione Campania, prefettura di Napoli e comuni flegrei.
Ogni sciame sismico più intenso attiva ancora oggi protocolli che coinvolgono sindaci, vigili del fuoco e strutture sanitarie locali. La scoperta del duomo sommerso, in questo senso, resta soprattutto un tassello scientifico che ha contribuito ad ampliare la conoscenza del sistema vulcanico partenopeo nel suo complesso, più che un indicatore diretto di un rischio imminente: gli stessi autori dello studio del 2016 sottolinearono come fenomeni sottomarini simili fossero già noti in altre zone della caldera, dalla stessa Solfatara fino ai fondali antistanti Pozzuoli.
Gli scienziati, va detto con chiarezza, non sono in grado di prevedere con esattezza se e quando un’eruzione potrebbe verificarsi: il loro lavoro consiste piuttosto nel tenere sotto controllo, giorno dopo giorno, ogni minima variazione di un sistema che, come ricordano gli stessi ricercatori, resta tra i più monitorati e complessi al mondo.