E. coli in Campania, casi in aumento: cosa sta succedendo, come si trasmette e cosa fare

24 Luglio 2026

Il nome può mettere in allarme, ma dietro la sigla STEC si nasconde un batterio che le autorità sanitarie campane conoscono bene e monitorano ogni giorno. Capire come si trasmette e quali segnali osservare aiuta a distinguere la prudenza necessaria dal panico ingiustificato.

In Campania e Calabria sono stati segnalati alcuni casi sporadici di infezione nell’uomo da Escherichia coli Stec, il batterio capace di produrre la cosiddetta tossina Shiga (o verocitotossina) e responsabile, nei casi più gravi, di colite emorragica e sindrome emolitico-uremica.

L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, diretto da Giuseppe Iovane, ha precisato a Fanpage.it che i casi individuati non risultano epidemiologicamente collegati tra loro e non configurano quindi un focolaio: si tratta di episodi isolati, mentre i controlli sugli alimenti proseguono regolarmente in tutte le ASL della Campania, senza al momento alcuna positività confermata. Le analisi restano invece ancora in corso in Calabria.

Aumento di casi di E. Coli in Campania: a cosa fare attenzione

Per inquadrare la portata del fenomeno, i dati del rapporto europeo EFSA sulle zoonosi relativo al 2024 registrano in Italia 84 casi accertati di infezione da E. coli Stec, contro i 96 del 2023, i 118 del 2022, i 64 del 2021 e i 45 del 2020: numeri che restano nettamente inferiori a quelli di altri paesi europei, come la Germania (4.580 casi nel 2024) o la Danimarca (1.270), differenze che riflettono però anche sistemi di sorveglianza e notifica diversi da un paese all’altro, più che una circolazione realmente più ampia del batterio.

Aumento di casi di E. Coli in Campania: a cosa fare attenzione-campaniatalk.it

Ma cos’è, esattamente, l’E. coli Stec? Si tratta di un particolare ceppo di Escherichia coli, un normale batterio intestinale che nella maggior parte dei casi convive innocuo con l’organismo umano, ma che in questa variante è in grado di produrre una tossina pericolosa capace di danneggiare la mucosa intestinale e, in una quota minoritaria di pazienti, il microcircolo di altri organi, in particolare i reni.

La trasmissione avviene principalmente attraverso il consumo di alimenti contaminati: carne cruda o poco cotta, latte crudo e formaggi a breve stagionatura ottenuti da latte non pastorizzato, verdure e frutta contaminate, acqua non potabile. Il contagio può avvenire anche per contatto diretto con animali portatori del batterio, con ambienti contaminati o, più raramente, da persona a persona, soprattutto in ambito familiare e nelle comunità infantili come asili e centri estivi.

Non è un dettaglio da poco: proprio per questo, in caso di infezione accertata in un bambino, gli specialisti raccomandano di testare anche i familiari e i contatti stretti, anche se privi di sintomi, e di tenerlo temporaneamente lontano da contesti comunitari.

Sintomi e prevenzione: cosa fare

Sul fronte dei sintomi, l’infezione si manifesta tipicamente con crampi e dolori addominali, vomito e diarrea, che in alcuni casi può diventare sanguinolenta; la febbre, quando presente, resta generalmente modesta. Nella maggior parte dei pazienti il quadro si risolve con un’adeguata assistenza medica e una terapia di supporto, senza necessità di altro. È però una quota limitata di casi, tra il 5 e il 15%, soprattutto tra i bambini più piccoli, a poter evolvere nella sindrome emolitico-uremica, una complicanza seria caratterizzata da anemia emolitica, riduzione delle piastrine e insufficienza renale acuta, che nella maggior parte dei casi compare a distanza di sette-dieci giorni dall’esordio della diarrea.

Segnali come una marcata riduzione della quantità di urine, pallore intenso, stanchezza fuori dal comune o la comparsa di sangue nelle feci richiedono una valutazione medica tempestiva, mentre in nessun caso vanno assunti autonomamente antibiotici o farmaci antidiarroici prima di un consulto medico: la terapia antibiotica, in particolare, è generalmente sconsigliata in questi casi, perché può peggiorare il quadro clinico.

Sul fronte della prevenzione, le raccomandazioni restano quelle valide per la maggior parte delle tossinfezioni alimentari: acquistare gli alimenti attraverso canali regolari e tracciabili, cuocere accuratamente le carni, evitare il consumo di latte crudo non bollito e di formaggi non pastorizzati per i soggetti più vulnerabili, lavare sempre frutta e verdura con acqua potabile ed evitare la contaminazione crociata tra alimenti crudi e alimenti già pronti al consumo, usando taglieri e utensili separati. Un’attenzione particolare va riservata a bambini, anziani, donne in gravidanza e persone immunodepresse, le categorie più esposte al rischio di sviluppare complicanze gravi.

Non è la prima volta che l’E. coli produttore di tossine finisce sotto i riflettori in Europa: nel 2011 un focolaio legato a germogli di soia contaminati in Germania causò oltre 800 casi di sindrome emolitico-uremica in diversi paesi europei, mentre nel 2022 un focolaio legato a pizze surgelate Buitoni contaminate in Francia provocò quasi cinquanta casi e due decessi tra bambini piccoli. Episodi che, pur restando eccezionali, spiegano perché le autorità sanitarie tengano sotto stretta osservazione anche i casi apparentemente isolati, senza però che questo giustifichi allarmismi: come ribadito dall’IZSM, la situazione in Campania resta, al momento, di relativa tranquillità.

Chi sospetta una tossinfezione alimentare in famiglia dovrebbe infine evitare di gettare eventuali residui dell’alimento sospetto, conservando quando possibile la confezione, l’etichetta con il numero di lotto e la prova d’acquisto: anche piccole quantità residue, ha spiegato Proroga, possono fornire agli specialisti elementi utili per ricostruire l’origine dell’infezione, un contributo spesso decisivo nelle indagini epidemiologiche.

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