La Festa delle Lucerne di Somma Vesuviana: dentro il rito che si ripete ogni quattro anni

29 Luglio 2026

C'è un borgo alle pendici del Vesuvio che, ogni quattro anni, sceglie di spegnere le luci elettriche per riaccenderne migliaia ad olio. Ecco la storia, i simboli e i misteri di una delle tradizioni più suggestive della Campania.

Dal 3 al 5 agosto 2026 il Borgo Casamale di Somma Vesuviana, cinto dalle sue mura aragonesi quattrocentesche, tornerà a fare a meno dell’illuminazione ordinaria. Nei dieci vicoli storici del borgo verranno accese migliaia di lucerne in terracotta alimentate ad olio, disposte su intelaiature di legno che disegnano forme geometriche diverse per ogni vicolo: cerchi, triangoli, rombi, quadrati, ripetuti in una prospettiva che si perde nel buio. È la Festa delle Lucerne, che si celebra soltanto qui, con questa cadenza quadriennale, da un tempo che nessuno sa collocare con precisione.

Il dato più sorprendente, per chi si avvicina alla festa per la prima volta, è che non esiste un’unica versione condivisa sulla sua origine. Gli studiosi e gli antropologi che se ne sono occupati nel tempo hanno accumulato almeno quattro ipotesi diverse, spesso sovrapposte tra loro invece che alternative.

La Festa delle Lucerne di Somma Vesuviana: il rito da non perdere

La più antica riporta la festa a un rito agricolo propiziatorio pre-cristiano, legato al culto di Diana o Cerere: nei primi giorni di agosto, a raccolto concluso, si dava fuoco alle stoppie per preparare i campi al ciclo successivo, e il percorso di luci nei vicoli rievocherebbe simbolicamente quel passaggio tra la fine di un’annata agricola e l’inizio della successiva — tra la vita e la morte, per usare il linguaggio che gli stessi organizzatori della festa utilizzano ancora oggi.

Credits: le immagini sono estratte dall’archivio storico del Prof. Rosario Serra

Una seconda lettura, di matrice cristiana, lega la festa alla Madonna della Neve, a cui è dedicata la Collegiata del borgo: la tradizione vuole che nella notte tra il 4 e il 5 agosto del IV secolo una nevicata fuori stagione coprì il colle Esquilino a Roma, indicando il punto esatto in cui sarebbe dovuta sorgere una chiesa dedicata alla Vergine. Una terza ipotesi, meno nota, chiama in causa i frati Domenicani, presenti a Somma Vesuviana fin dal Medioevo: nei loro riti la luce aveva un ruolo centrale, e San Domenico veniva chiamato egli stesso “Lucerna di Dio” — la sua festa, non a caso, cadeva proprio il 4 agosto prima delle riforme liturgiche successive.

C’è infine una quarta interpretazione, più tarda ma non meno suggestiva, raccolta anche dal giornalista e scrittore Paolo Rumiz: quella secondo cui gli abitanti del Casamale avrebbero iniziato a disporre lucerne alle finestre per esorcizzare la paura del Vesuvio dopo la violentissima eruzione del 1631, una delle più devastanti nella storia del vulcano. Che la festa affondi le radici in uno di questi episodi, in più di uno o in nessuno in particolare, resta materia di dibattito: probabilmente, come spesso accade con i riti più antichi, la verità è una stratificazione di significati accumulati nei secoli, non un’origine unica e definitiva.

Al di là delle ipotesi storiche, è la messa in scena a rendere la festa unica. Ai due estremi di alcuni vicoli vengono allestite le cosiddette “scene morte” e “scene vive”: le prime sono composizioni di fantocci cuciti e ricamati a mano dagli stessi abitanti del borgo, spesso raffiguranti un uomo e una donna a banchetto; le seconde vedono invece persone in carne e ossa sedute attorno a tavole imbandite con i prodotti agricoli locali (entrambe le scene sono chiaramente evocate dalle foto del Prof. Serra, che ci ha gentilmente concesso la pubblicazione del proprio archivio).

Dai portoni pendono le “e ccape ‘e morte”, zucche svuotate e intagliate con occhi e naso, con una lucerna accesa al loro interno — un’immaginario che richiama da vicino quello di altre tradizioni europee legate al passaggio di stagione. In fondo ad alcuni vicoli, giochi di specchi moltiplicano la luce delle fiamme, mentre le sagome delle persone che sfilano nei vicoli si proiettano come ombre sulla antica cinta muraria del borgo, in quello che i residenti descrivono come un dialogo silenzioso tra i vivi e chi non c’è più.

La festa, che alcune fonti fanno risalire fino al Trecento, non è comunque arrivata intatta fino a oggi: si era interrotta agli inizi degli anni Sessanta del Novecento, dopo essere già stata ripresa una prima volta nel decennio precedente per iniziativa del parroco della Collegiata. È stato un gruppo di giovani del borgo, guidato da Arcangelo Rianna insieme a Vincenzo Febbraro, storico barista del Casamale, a rimetterla in piedi nel 1970, dando il via alla forma organizzata e quadriennale che è arrivata fino all’edizione 2026.

Rianna, oggi ingegnere e ancora tra i promotori storici della manifestazione, ha preso parte anche alla conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2026, tenutasi lo scorso 27 luglio nella sede dell’Associazione Festa delle Lucerne, insieme al sindaco Silvia Svanera e ai vertici dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio.

Proprio in vista di questa edizione, l’estate 2025 aveva ospitato un evento-ponte chiamato “Magiche Lucerne”, esplicitamente presentato dagli organizzatori come un’anteprima e non come la festa nella sua forma canonica: installazioni luminose alle quattro porte d’accesso del borgo firmate da artisti selezionati tramite il bando internazionale “La Lucerna Incantata”, QR code narrativi e audioguide immersive pensate per raccontare la tradizione anche a chi la vive per la prima volta, in un tentativo dichiarato di tenere insieme memoria antica e linguaggi contemporanei senza snaturare il rito originale, che segue — questo sì — ancora oggi il suo ciclo naturale di quattro anni.

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