Quando un medico appone la sigla “U” su una prescrizione, la legge impone che la prestazione venga erogata entro 72 ore. È quanto stabilito dal Decreto Legislativo 502 del 1992 e ribadito dal DPCM del 12 gennaio 2017 sui Livelli Essenziali di Assistenza, che distingue quattro classi di priorità: urgente entro tre giorni, breve entro dieci, differibile entro trenta (sessanta per gli esami) e programmabile senza vincoli temporali stringenti.
Il meccanismo, sulla carta, è lineare. La richiesta passa dal Centro Unico di Prenotazione, che dovrebbe verificare in tempi rapidi la disponibilità nella rete di strutture pubbliche e accreditate. Quando le agende risultano sature, la struttura è tenuta a segnalare all’utente le alternative percorribili, inclusa la possibilità di rivolgersi al circuito libero-professionale o al privato.
Visite mediche urgenti: cosa fare se non si rispettano le tempistiche
È qui che si apre lo scarto tra previsione normativa e realtà: in una parte consistente dei casi il termine delle 72 ore non viene rispettato, e in alcune province la percentuale di visite urgenti fuori tempo massimo supera abbondantemente la metà. L’obiettivo nazionale fissato per queste prestazioni resta un tasso di rispetto superiore al 90%, una soglia che buona parte del territorio fatica a raggiungere.

Chi si trova con un’impegnativa urgente e nessun appuntamento disponibile entro i termini non è comunque privo di strumenti. Il primo passo è chiedere per iscritto al CUP una dichiarazione di indisponibilità. Se questa non porta a una soluzione, la normativa consente di attivare un reclamo amministrativo — anche in carta semplice, via PEC o raccomandata, allegando impegnativa, dichiarazione del CUP e documento d’identità — da presentare entro quindici giorni dalla risposta o dal mancato riscontro dell’azienda sanitaria.
Solo dopo aver seguito questo iter è possibile rivolgersi a una struttura privata e chiedere il rimborso della spesa sostenuta, ticket escluso. Se anche il reclamo cade nel silenzio, restano aperte le vie del Tribunale per i Diritti del Malato, delle associazioni di tutela dei pazienti e, in ultima istanza, del ricorso al TAR o dell’azione legale per danno da ritardo.
I numeri ufficiali, va detto, tendono a fotografare solo una parte del fenomeno: non tengono conto di chi rinuncia a prenotare in partenza, di chi si rivolge subito al privato senza passare dal pubblico, o di chi semplicemente abbandona il percorso di cura. Il risultato è una sottostima delle criticità reali e, di riflesso, un accesso alle cure sempre più diseguale tra chi può permettersi di pagare e chi no.
Le conseguenze non sono solo economiche. Un ritardo nella diagnosi o nel trattamento di una condizione acuta può tradursi in un aggravamento della prognosi, con esiti che un intervento tempestivo avrebbe potuto evitare. Non stupisce che sempre più persone si rivolgano a servizi di visita medica a domicilio attivi anche nel weekend — a Milano il costo indicativo si aggira sui 150 euro — oppure a prestazioni diagnostiche in farmacia e percorsi di telemedicina, soluzioni che alleggeriscono la pressione sulle liste d’attesa ma restano accessibili solo a una parte della popolazione.