Quella domenica del 1770 in cui Napoli vide una carrozza camminare sul mare

26 Luglio 2026

Poche invenzioni raccontano lo spirito del Settecento napoletano come questa: un principe che trasforma il golfo di Napoli in un palcoscenico, facendo credere alla folla di aver assistito a un prodigio impossibile.

Chi si affacciava sulla costa napoletana in una delle domeniche dell’estate 1770 si trovò davanti a uno spettacolo che sfidava ogni logica: un mezzo a forma di carrozza, completo di cavalli, cocchiere e lacchè in livrea, che invece di percorrere una strada scivolava sull’acqua del golfo. Non un’imbarcazione mascherata da poco, ma un allestimento talmente curato da ingannare per intero lo sguardo di chi guardava dalla riva.

L’autore di quella messinscena era Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero: figura poliedrica del Settecento napoletano, oggi ricordato soprattutto per aver voluto e trasformato la Cappella Sansevero nello scrigno che custodisce il Cristo Velato, ma noto ai suoi contemporanei anche come alchimista, letterato e instancabile sperimentatore. Quella sul golfo fu una delle sue trovate più spettacolari, pensata non tanto per la sua utilità pratica quanto per l’effetto di meraviglia che era in grado di generare in chi vi assisteva.

La carrozza sull’acqua di Raimondo di Sangro

Il funzionamento del mezzo restava nascosto sott’acqua: le quattro ruote della carrozza, all’apparenza identiche a quelle di un normale veicolo terrestre, celavano al loro interno un meccanismo a pale in grado di spingere l’acqua e imprimere una spinta continua allo scafo, costruito con la collaborazione dello scultore Francesco Celebrano su progetto dello stesso principe. Anche i cavalli che sembravano trainarla non erano altro che sagome leggerissime realizzate in sughero, sufficienti a restare a galla senza appesantire la struttura.

La carrozza sull’acqua di Raimondo di Sangro-campaniatalk.it

A restituire la portata dell’evento fu la Gazzetta di Napoli, che nell’edizione del 24 luglio 1770 raccontò come l’imbarcazione, testata in precedenza nelle acque di Capo Posillipo, potesse ospitare fino a dodici passeggeri e muoversi a una velocità che superava quella ottenibile con remi o vele, regalando a chi la osservava un’esperienza visiva definita al tempo stesso piacevole e sbalorditiva. Nelle settimane successive il principe ripeté più volte il percorso, portando la sua carrozza marina dal promontorio di Posillipo fino al Ponte della Maddalena, davanti a una folla sempre più numerosa di curiosi e viaggiatori.

Quello che oggi si può leggere come un antesignano dei sistemi a pale poi adottati dai battelli ottocenteschi, per i napoletani dell’epoca fu semplicemente l’ennesima prova dell’ingegno fuori dal comune del principe di Sansevero. Fu anche, senza che nessuno potesse saperlo in quel momento, il suo ultimo atto pubblico capace di sorprendere la città: pochi mesi dopo, il 22 marzo 1771, Raimondo di Sangro morì nella propria abitazione di largo San Domenico Maggiore, lasciando dietro di sé un’eredità fatta di invenzioni, misteri e una delle cappelle più visitate d’Italia.

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