Per secoli gli abitanti di Capri chiamarono questo luogo Gradola, e lo evitarono con una convinzione tanto radicata quanto diffusa: la cavità sarebbe stata dimora di spiriti, demoni e sirene capaci di spaventare chiunque osasse avvicinarsi. I pescatori dell’isola preferivano allontanarsi dall’ingresso piuttosto che rischiare un incontro con le creature che, secondo la tradizione popolare, popolavano le sue acque scure.
Le origini di queste paure si intrecciano con la storia più antica dell’isola. In epoca romana la grotta veniva utilizzata come ninfeo marittimo, un luogo sacro legato al culto delle ninfe, e faceva parte di una villa augusteo-tiberiana di cui oggi restano pochi ruderi. Al suo interno sono state ritrovate statue raffiguranti creature marine, probabilmente disposte un tempo lungo le pareti: un dettaglio che, con il passare dei secoli e il declino della memoria storica, può aver alimentato le voci su presenze ultraterrene.
La leggenda della Grotta Azzurra
Non mancano i racconti che collegano la grotta al mito delle sirene omeriche, quelle che nell’Odissea tentano di ammaliare Ulisse con il canto e che l’eroe greco riesce a sfuggire tappandosi le orecchie con la cera. Un’altra leggenda, più recente nella forma ma non meno suggestiva, narra che il diavolo in persona, invidioso della bellezza del luogo, avesse provato a crearne una copia altrove, fallendo miseramente e lasciando la Grotta Azzurra unica nel suo genere.

La fama di luogo maledetto durò fino all’Ottocento. Fu nel 1826 che lo scrittore e pittore tedesco August Kopisch, insieme all’amico Ernst Fries, decise di esplorare la cavità nonostante le dicerie, riportandola all’attenzione del mondo e trasformandola da luogo temuto in meta imperdibile per viaggiatori e artisti. Da allora la grotta ha smesso di essere evitata, ma non ha mai smesso di essere raccontata.
Oggi si entra ancora nello stesso modo che ha reso celebre il luogo: una piccola imbarcazione a remi, un varco stretto appena un paio di metri, un marinaio che chiede ai passeggeri di sdraiarsi sul fondo della barca per non urtare la roccia. Dentro, la luce che filtra da un’apertura sommersa restituisce quel blu intenso che ha fatto sognare generazioni di visitatori, da Kopisch ai turisti di oggi, e che continua a rendere plausibile, almeno per qualche istante, l’idea che qualcosa di magico abiti ancora quelle acque.