Il napoletano non è solo la lingua delle canzoni e del teatro. Nel corso dei secoli ha prestato all’italiano parole che oggi sono entrate nei vocabolari e che usiamo senza pensare alla loro origine. Alcune sono arrivate perché descrivevano cose che l’italiano non sapeva nominare con la stessa efficacia. Altre si sono diffuse grazie a un’intervista, a una canzone o a un titolo di giornale.
Scugnizzo, il monello che divide gli studiosi
È forse la parola napoletana più famosa d’Italia. Lo scugnizzo è il ragazzo di strada, vivace, furbo e un po’ ribelle. Sulla sua origine circolano due versioni. Quella popolare la lega al gioco dello strummolo, la trottola di legno con la punta di ferro: lo scopo era “scugnare”, cioè scheggiare con un colpo preciso la trottola dell’avversario, e solo i più abili ci riuscivano.
Gli studiosi sono più cauti. La parola compare per la prima volta in un elenco di termini della malavita del 1888 e diventa nota grazie al poeta Ferdinando Russo, che a fine Ottocento le dedica una raccolta di sonetti. Proprio perché è così recente, il linguista Nicola De Blasi la considera un neologismo di quel periodo più che un’eredità diretta del latino. Una cosa è certa: lo scugnizzo è diventato un simbolo, anche grazie al ruolo dei ragazzi napoletani nelle Quattro Giornate del 1943, ricordato da un monumento in piazza della Repubblica.

Inciucio, dal pettegolezzo alla politica
Chi legge un giornale lo trova quasi ogni settimana. In origine però l’inciucio non aveva nulla a che fare con i palazzi del potere. A Napoli il ‘nciucio era il pettegolezzo, il chiacchiericcio fitto e a bassa voce, e la parola imita proprio quel suono, una specie di “ciù ciù” sussurrato.
Il salto nell’italiano nazionale arriva negli anni Novanta, quando il termine entra nel linguaggio politico. Da allora indica un accordo fatto sottobanco tra schieramenti che in pubblico si combattono. Il successo è stato tale che i giornali hanno coniato anche i derivati inciucismo, inciucioso e inciuciare, tutti registrati dal vocabolario Treccani.
Cazzimma, la furbizia che non ha traduzione
È la parola più difficile da spiegare a chi non è campano, e infatti è una delle più amate. Indica una furbizia cinica e opportunista, quella di chi pensa solo al proprio tornaconto. Tra i più giovani però ha preso anche un senso positivo: avere cazzimma significa avere grinta e carattere.
Secondo l’Accademia della Crusca la parola nasce nel gergo studentesco napoletano alla fine degli anni Cinquanta. A renderla popolare in tutta Italia è stato Pino Daniele con “A me me piace ‘o blues”. Oggi è registrata da Treccani tra i neologismi.
Scippo, sfratto e le altre
Ci sono poi parole così diffuse che nessuno le percepisce più come napoletane. È il caso di scippo, dal verbo “scippare”, che in napoletano significa strappare o graffiare, e di sfratto: secondo l’Enciclopedia dell’italiano Treccani, entrambe sono passate dall’italiano parlato a Napoli all’italiano comune.
E poi c’è la parola più famosa di tutte, pizza, entrata nell’italiano standard insieme a scugnizzo proprio perché legata a un’immagine forte e riconoscibile della città. Dalla tavola alla strada, fino alla politica, il napoletano continua così a dare parole all’Italia intera, spesso senza che ce ne accorgiamo.