I primi presidi sono comparsi dalla mezzanotte di venerdì 16 ottobre, nei pressi dei caselli di Nola sulla A30, di Caianello sulla A1 e nell’area di Caserta Sud. Per alcuni giorni la protesta ha preso la forma di rallentamenti e presenze a bordo strada, spesso lasciando un varco al traffico privato. Nella notte tra domenica e lunedì il quadro è cambiato: intorno alle 3 è stato chiuso temporaneamente il nodo tra la A1 Milano-Napoli e la A30 Caserta-Salerno per chi proveniva da Napoli, poi riaperto nel corso della giornata, secondo quanto riportato dall’ANSA.
I punti più delicati, però, non sono solo i caselli. Gli autotrasportatori hanno bloccato gli accessi agli interporti di Maddaloni-Marcianise e Carinaro, mentre nella zona industriale di Carinaro, dove hanno sede i magazzini di alcune catene della grande distribuzione, le operazioni di carico e scarico risultano ferme da giorni. Presidi si registrano anche a Palma Campania, Sarno e Nocera, e lungo la Nola-Villa Literno, l’asse che collega le aree industriali di Caivano, Marcianise, Gricignano e Teverola.
Lunedì 19 la mobilitazione ha raggiunto il porto commerciale di Napoli, con alcuni tir fermi sulla strada che porta al varco Bausan. All’interno dello scalo, nelle ore centrali, circolavano pochissimi mezzi pesanti, e tra le preoccupazioni c’è anche la continuità degli imbarchi commerciali verso le isole. Protezione Civile e prefetture hanno attivato tavoli territoriali di coordinamento per monitorare le forniture essenziali, mentre in alcune stazioni di servizio autostradali è stata segnalata la mancanza di gasolio per il ritardo delle autobotti.
Perché protestano: il prezzo del gasolio e i ristori che non arrivano
Al centro della vertenza c’è il costo del carburante. Secondo le rilevazioni del ministero delle Imprese riportate da Milano Finanza, il 19 ottobre il gasolio self costava in media 2,257 euro al litro sulla rete nazionale. La spinta arriva dal Medio Oriente: dalla fine di febbraio il conflitto con l’Iran ha di fatto bloccato lo Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra transitava circa un quinto del greggio mondiale, e il Brent è passato da circa 70 a oltre 100 dollari al barile.

Da marzo il governo ha attenuato i rincari con sconti temporanei e variabili sulle accise. L’ultimo, sul gasolio, si è esaurito il 5 ottobre e il decreto per le cosiddette accise mobili non è stato pubblicato: dal 6 ottobre, come ricostruito dal Post, l’accisa sul diesel è tornata piena, a 0,673 euro al litro. Il presidente di Conftrasporto ha quantificato in oltre 50 centesimi al litro l’aumento del gasolio dall’inizio della guerra.
Per un’impresa di autotrasporto, che sul carburante gioca gran parte dei propri margini, sono cifre pesanti. Nicandro Vigilante, uno dei camionisti in presidio nel Foggiano, ha spiegato al ministro Salvini che un pieno per un solo mezzo arriva a costare circa 2.500 euro, sufficienti nel migliore dei casi per 2.500 chilometri. In Sicilia Confindustria Catania stima per un veicolo pesante che percorre 100mila chilometri l’anno un aggravio superiore agli 8mila euro in otto mesi.
Accanto al prezzo pesa un secondo fattore. Le associazioni lamentano che le risorse stanziate a maggio contro il caro gasolio non sono ancora arrivate alle imprese, e chiedono nuovi fondi. Tra le richieste portate ai tavoli figurano il rafforzamento dei crediti d’imposta sul carburante per i mezzi pesanti, l’applicazione vincolante dei costi minimi di esercizio contro le tariffe al ribasso e tempi di pagamento più brevi da parte dei committenti.
Va precisato che non si tratta di uno sciopero nazionale unitario. In Sicilia il fermo, dal 16 al 22 ottobre, è stato deciso dal Comitato autotrasportatori e dalla sezione Trasporti di Confindustria Catania; in Calabria lo ha promosso Fedralog insieme alle federazioni di Puglia, Sicilia e Basilicata; in Puglia le proteste sono nate in modo spontaneo e coinvolgono anche agricoltori. In Campania la mobilitazione si innesta su questo fronte meridionale, con un fermo indicato in 120 ore fino alla mezzanotte di martedì 20 ottobre. Il 22 è previsto anche uno sciopero nazionale dei pescatori, colpiti dallo stesso rincaro.
Perché mancano i prodotti nei supermercati
La grande distribuzione lavora con una logistica a flusso continuo. I magazzini fanno da snodo tra fornitori e punti vendita e programmano consegne ravvicinate, spesso quotidiane, per tenere basse le scorte nei negozi. Quando carico e scarico si fermano, l’effetto arriva sugli scaffali in poche ore, e colpisce per primi i prodotti con la vita più breve.
È ciò che si vede in queste ore tra Napoli, Caserta e Salerno. Mancano soprattutto frutta, verdura, latticini e carne, cioè le merci che passano ogni giorno dai centri all’ingrosso come il CAAN di Volla o dalle piattaforme agroalimentari del Casertano. Vincenzo Schiavo, presidente di Confesercenti Campania, dopo un incontro in Prefettura a Napoli ha riferito all’Adnkronos di catene con scaffali riempiti solo per metà e di forniture di ortofrutta non arrivate lunedì mattina, aggiungendo che i prodotti non arrivano più da venerdì. Antonio Cristiano, amministratore delegato della catena Superò, ha raccontato a Repubblica Napoli le difficoltà a ricevere l’ortofrutta.
Il quadro, va detto, non è quello di una paralisi generalizzata. Fonti della logistica distributiva citate da Scatti di Gusto parlano di criticità a macchia d’olio più che di un blocco totale, e stimano per pasta, scatolame, farina e olio scorte sufficienti per cinque-otto giorni nei magazzini periferici. Una disponibilità che però dipende anche dal comportamento dei consumatori: gli acquisti dettati dal timore di restare senza merce possono svuotare gli scaffali più in fretta della protesta stessa.
C’è poi un aspetto geografico. La Campania funziona da piattaforma di smistamento per buona parte del Mezzogiorno, e il blocco simultaneo degli snodi campani e dei porti siciliani rischia di creare un collo di bottiglia in entrambe le direzioni, per le derrate che salgono dal Sud verso il Centro-Nord e per le forniture industriali che scendono.
Le posizioni in campo
Le reazioni si muovono su piani diversi. Confesercenti Campania chiede un taglio delle accise di almeno il 50 per cento e ha lanciato l’allarme anche sulle forniture alle farmacie. Il Pd della Calabria sollecita l’attivazione delle accise mobili e una tassazione degli extraprofitti delle società energetiche.
Di segno diverso l’intervento del deputato di Forza Italia Francesco Maria Rubano, che ha definito grave quanto accade a Carinaro e ha chiesto di chiarire chi organizzi i blocchi e se esista un disegno per provocare carenze e far salire i prezzi. Rubano ha segnalato un video circolato su TikTok, riferito al supermercato Sole365 di Giugliano, accompagnato dalla scritta «Vi vogliamo vuoti», e si è rivolto alla Prefettura di Caserta, pur ribadendo che il diritto di protesta va rispettato. Al momento non risultano accertamenti pubblici su eventuali collegamenti tra quel contenuto e i blocchi.
Anche dentro il mondo dell’autotrasporto le linee non coincidono. Unatras, il coordinamento delle principali associazioni nazionali del settore, ha accolto con favore l’anticipo del confronto con il governo, ma il presidente Paolo Uggè ha chiesto che al tavolo siedano soltanto le organizzazioni iscritte all’Albo, escludendo i comitati spontanei che hanno promosso molte delle proteste. In Sicilia si registra già una frattura, con l’Aias che ha annunciato iniziative proprie dissociandosi dal Comitato trasportatori siciliani. Confartigianato, dal canto suo, insiste su misure a costo zero per lo Stato, come clausole di adeguamento automatico dei contratti al prezzo del gasolio e controlli più stringenti lungo la filiera.
Il governo, che a inizio ottobre per bocca della premier Giorgia Meloni aveva detto di valutare le accise mobili utilizzando circa 170 milioni di extragettito Iva, ha accelerato i tempi del confronto. Secondo fonti ministeriali riportate da Uomini e Trasporti, il ministro Salvini lavora per sbloccare i 590 milioni già stanziati per il rinnovo del parco veicoli, finora fermi per ostacoli burocratici, e per ottenere dal ministero dell’Economia almeno 80 milioni nell’immediato, valutando anche un’estensione del credito d’imposta al 2027.
Cosa aspettarsi nei prossimi giorni
Il primo passaggio è fissato per martedì 20 ottobre alle 10, nella Prefettura di Milano. Il ministero delle Infrastrutture ha anticipato a quella data il tavolo con le rappresentanze dell’autotrasporto, inizialmente convocato per il 27 a Roma, quando era stata annunciata anche la presenza di Palazzo Chigi, del ministero dell’Economia e di quello delle Imprese. Salvini ha inoltre aperto a un incontro dedicato al Sud con delegazioni di Puglia, Calabria e Sicilia; per ora la Campania non figura tra le regioni citate.
Da quel tavolo dipende in buona parte l’evoluzione della protesta. Sulla carta il fermo campano termina alla mezzanotte del 20 ottobre, ma i comitati hanno già prospettato una proroga di altri sette giorni se dal confronto non uscirà un’intesa vincolante. In Sicilia gli organizzatori hanno annunciato che, senza risposte entro il 22, il fermo proseguirà a oltranza.
Se la mobilitazione si chiudesse alla scadenza prevista, secondo le stime della logistica distributiva il riassortimento dei banchi del fresco potrebbe tornare a regime tra mercoledì 21 e giovedì 22 ottobre. In caso di proroga, invece, le difficoltà finora concentrate sui prodotti freschi potrebbero estendersi ad altre categorie, man mano che si assottigliano le scorte di magazzino.
Resta aperto il capitolo dei prezzi. Anche a protesta conclusa, il costo del trasporto continuerà a dipendere dal gasolio, e quindi dall’andamento della crisi in Medio Oriente e dalle scelte del governo sulle accise. È il motivo per cui diversi osservatori temono una nuova spinta inflazionistica sul carrello della spesa, un rischio che riguarda tutto il Paese e non soltanto le regioni dove oggi i camion sono fermi.